Passione civile

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Negli oceani 5 miliardi di pezzi di plastica

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Via: Valori.it // Negli oceani 5 miliardi di pezzi di plastica

Secondo una ri­cer­ca di Plos One il pe­so to­ta­le de­gli ele­men­ti in­qui­nan­ti in pla­sti­ca è pa­ri a non me­no di 268 mi­la ton­nel­la­te.

Cinque mi­liar­di e 250 mi­lio­ni di pez­zi di pla­sti­ca gal­leg­gia­no ne­gli ocea­ni di tut­to il mon­do. La ci­fra im­pres­sio­nan­te è sta­ta ri­ve­la­ta da uno stu­dio in­ter­na­zio­na­le pub­bli­ca­to dal­la ri­vi­sta scien­ti­fi­ca Plos One, co­strui­to sui da­ti re­la­ti­vi a ben 1.571 pun­ti di mi­su­ra­zio­ne. Una ri­cer­ca du­ra­ta sei an­ni, e che ha com­por­ta­to 24 spe­di­zio­ni: si trat­ta del pri­mo stu­dio che ha mo­ni­to­ra­to i ri­fiu­ti in pla­sti­ca di tut­te le di­men­sio­ni a li­vel­lo glo­ba­le.

Secondo i ri­cer­ca­to­ri, l’insieme di ele­men­ti di pla­sti­ca pre­sen­ti nei ma­ri di tut­to il mon­do pe­sa 268.940 ton­nel­la­te. E si trat­ta, han­no pre­ci­sa­to, di una sti­ma che de­ve es­se­re con­si­de­ra­ta co­me «mi­ni­ma». Di ta­le im­men­sa mo­le, il 13% è co­sti­tui­to da pic­co­li pez­zi, men­tre la re­stan­te par­te è rap­pre­sen­ta­ta da ele­men­ti con­si­de­ra­ti gran­di (lun­ghi più di 20 cen­ti­me­tri).

La mag­gior par­te di ta­le «con­ti­nen­te di pla­sti­ca» è pre­sen­te vi­ci­no al­le co­ste e al­le zo­ne abi­ta­te, ma una quo­ta non in­dif­fe­ren­te è sta­ta ri­le­va­ta an­che lon­ta­no dal­la ter­ra­fer­ma: se­gno che le flut­tua­zio­ni ma­ri­ne tra­spor­ta­no ovun­que l’inquinamento, in par­ti­co­la­re nel ca­so del­le mi­cro­pla­sti­che (i pez­zi più gran­di, in­ve­ce, ten­do­no a re­sta­re a ri­va).

 

16 Dicembre 2014

Ue, Ong preoccupate per le sorti dei temi ambientali

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Via: Valori.it // Ue, Ong preoccupate per le sorti dei temi ambientali

Un grup­po di as­so­cia­zio­ni fran­ce­si ha lan­cia­to un ap­pel­lo al par­la­men­to eu­ro­peo af­fin­ché rea­gi­sca di fron­te al­la com­po­si­zio­ne del­la nuo­va Commissione Junker.

Un grup­po di Ong fran­ce­si (LPO, WWF France, FNE, Greenpeace, Les Amis de la Terre, WECF France) han­no lan­cia­to un ap­pel­lo al par­la­men­to eu­ro­peo, af­fin­ché «rea­gi­sca» con for­za ed esi­ga dal­la Commissione di Bruxelles im­pe­gni chia­ri sui te­mi am­bien­ta­li, sul­lo svi­lup­po so­ste­ni­bi­le e sul­la pro­te­zio­ne del­la sa­lu­te pub­bli­ca. Cosa che do­vrà es­se­re fat­ta sin dal­le au­di­zio­ni dei fu­tu­ri com­mis­sa­ri eu­ro­pei, che si ter­ran­no a par­ti­re dal pros­si­mo 29 set­tem­bre.

La scel­ta dei mem­bri dell’organismo ese­cu­ti­vo co­mu­ni­ta­rio ha, d’altra par­te, già su­sci­ta­to aspre po­le­mi­che. In par­ti­co­la­re la de­ci­sio­ne di af­fi­da­re il nuo­vo por­ta­fo­glio con­giun­to di Clima ed Energia all’ex mi­ni­stro dell’Agricoltura spa­gno­lo, Miguel Arias Canete: un con­ser­va­to­re che fe­ce par­te dei go­ver­ni di Madrid ai tem­pi di José Maria Aznar, e che è an­che ti­to­la­re di par­te­ci­pa­zio­ni nei ca­pi­ta­li di due im­pre­se pe­tro­li­fe­re (per que­sto nu­me­ro­se as­so­cia­zio­ni han­no par­la­to di pa­le­se con­flit­to di in­te­res­si).

Ma nel mi­ri­no c’è an­che la com­mis­sa­ria all’Ambiente, agli Affari ma­rit­ti­mi e al­la Pesca, la mal­te­se Karmenu Vella. A lei sa­rà chie­sto di pro­ce­de­re, ad esem­pio, al­la va­lu­ta­zio­ne del­la di­ret­ti­va «Uccelli e ha­bi­tat», un pi­la­stro del­la po­li­ti­ca am­bien­ta­le dell’Ue, in vi­sta di una sua «mo­der­niz­za­zio­ne». Secondo le Ong eco­lo­gi­ste, non la­scia pre­sa­gi­re nul­la di buo­no il fat­to che Vella rap­pre­sen­ti un Paese già con­dan­na­to dal­la Corte eu­ro­pea di giu­sti­zia per non aver ri­spet­ta­to la stes­sa di­ret­ti­va.

Le as­so­cia­zio­ni, in­fi­ne, stig­ma­tiz­za­no l’assenza di una vi­ce pre­si­den­za de­di­ca­ta al­lo svi­lup­po so­ste­ni­bi­le: se­gno, spie­ga­no, di una Commissione che la­vo­re­rà sul­la ba­se di un mo­del­lo eco­no­mi­co non più at­tua­le, che non tie­ne con­to del­la li­mi­ta­tez­za del­le ri­sor­se na­tu­ra­li.

26 Settembre 2014

Michigan, in arrivo l'accordo per l'incidente dell'oleodotto Enbridge

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Via: Valori.it // Michigan, in arrivo l’accordo per l’incidente dell’oleodotto Enbridge

Potrebbe essere giunta a una risoluzione la class action relativa a uno degli sversamenti di petrolio a terra più gravi della storia statunitense…
Potrebbe essere giunta a una risoluzione la class action relativa a uno degli sversamenti di petrolio a terra più gravi della storia statunitense.
L’incidente in questione – riporta ThinkProgress – si è verificato nel mese di luglio 2010, quando da un oleodotto sono fuoriusciti 800 mila galloni di petrolio proveniente dalle sabbie bituminose canadesi, che si sono poi riversati nel fiume Kalamazoo del Michigan. L’oleodotto è di proprietà di Enbridge, una società con sede a Calgary, nell’Alberta. L’azione legale era stata intentata da migliaia di persone che dichiaravano di essere state sottoposte a fumi tossici, inquinamento acustico e, più in generale, a un complessivo peggioramento della propria qualità della vita.
Ora è stato raggiunto un accordo preliminare con cui l’azienda si impegna a pagare un totale di 6,75 milioni di dollari. 2,2 milioni saranno destinati alle persone che vivono o hanno proprietà terriere nell’arco di circa 300 metri dal luogo dell’incidente. Ciò significa che ogni individuo riceverà una somma compresa tra poche centinaia e circa 2 mila dollari. Un altro fondo da 1,5 milioni servirà a rimborsare chi può dimostrare di aver sostenuto spese impreviste nel periodo di maggiore emergenza. Tra le altre cose, Enbridge dovrà anche finanziare con 50 mila dollari un programma di monitoraggio idrico e ha accettato di donare 150 mila dollari alle organizzazioni ambientaliste locali.
La contesa legale comunque non si esaurisce con questa class action. Alcune persone hanno deciso di citare in giudizio Enbridge separatamente e, in certi casi, hanno già raggiunto un patteggiamento. La società è anche stata condannata a una sanzione da 3,7 milioni di dollari dal dipartimento dei Trasporti, per quelle che sono state definite come “diffuse carenze organizzative” e “un totale fallimento in termini di sicurezza”.

Foto: SeanMack
Fonte: Wikimedia Commons

12 Dicembre 2014

Report sul biologico: tutto vero, ma non è tutto /2

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Via: Valori.it // Report sul biologico: tutto vero, ma non è tutto /2

Nella pun­ta­ta di Report di do­me­ni­ca scor­sa le cri­ti­ci­tà del bio e qual­che dub­bio sul ri­so bio­lo­gi­co: ab­bia­mo chie­sto qual­che de­lu­ci­da­zio­ne in più al pre­si­den­te di Aiab Vincenzo Vizioli, per­ché l’informazione sia com­ple­ta…
Così com­men­ta l’inchiesta di Report sull’agri­col­tu­ra bio­lo­gi­ca e sul ri­so bio in on­da do­me­ni­ca scor­sa Vincenzo Vizioli, pre­si­den­te di Aiab (Associazione ita­lia­na per l’agricoltura bio­lo­gi­ca):

«Come al so­li­to Report ha col­to nel se­gno, an­che se la pun­ta­ta mi è sem­bra­ta in qual­che pas­sag­gio im­pre­ci­sa con co­se an­che non det­te. La di­na­mi­ca dei pro­ble­mi sol­le­va­ti ri­schia di es­se­re chia­ra so­lo agli ad­det­ti ai la­vo­ri men­tre per il cit­ta­di­no con­su­ma­to­re emer­ge so­lo il con­cet­to di “fro­de“.
Uno dei ri­lie­vi è che c’è sta­ta qual­che con­fu­sio­ne sul “re­si­duo ze­ro”, che non è e non de­ve es­se­re il pa­ra­me­tro del bio­lo­gi­co. Va det­to pe­rò che è sta­ta re­sa evi­den­te la dif­fe­ren­za tra buon bio­lo­gi­co che fa le ro­ta­zio­ni e quel­lo che non può es­se­re cer­ti­fi­ca­to bio, per­ché non ap­pli­ca il me­to­do bio­lo­gi­co. La col­pa è di chi cer­ti­fi­ca (or­ga­ni­smi di con­trol­lo – o.d.c.) e chi de­ve vi­gi­la­re (Regione), per­ché il re­go­la­men­to CE 834/07 all’art. 12 im­po­ne “… ro­ta­zio­ni plu­rien­na­li al­le col­tu­re che in­clu­do­no le­gu­mi­no­se e al­tre col­tu­re da so­ve­scio…”; inol­tre il DM 18354/2009 ema­na nor­me at­tua­ti­ve per gli av­vi­cen­da­men­ti, di­cen­do che una stes­sa col­tu­ra può tor­na­re sul­lo stes­so ter­re­no non pri­ma di al­tri due ci­cli col­tu­ra­li, di cui uno fat­to da le­gu­mi­no­se o da un so­ve­scio.
Forse do­ve­va­no es­se­re evi­den­zia­te le in­con­gruen­ze.
1. Oltre che non con­for­mi al bio, le de­li­be­ra­zio­ni sul­la mo­no­suc­ces­sio­ne (cioè la mo­no­col­tu­ra, ndr) del­la Regione Piemonte so­no un ve­ro e pro­prio er­ro­re. Se su leg­gi na­zio­na­li si può di­scu­te­re sul­la prio­ri­tà del­la com­pe­ten­za re­gio­na­le in agri­col­tu­ra, su quel­la del MIPAAF (Ministero del­le Politiche Agricole Alimentari e Forestali) non c’è dub­bio che un re­go­la­men­to eu­ro­peo sia leg­ge ugua­le per tut­to il ter­ri­to­rio dell’UE. Inoltre l’interpretazione di una nor­ma eu­ro­pea spet­ta al­lo sta­to mem­bro e quin­di an­che il de­cre­to mi­ni­ste­ria­le non può es­se­re by­pas­sa­to.

2. Gli or­ga­ni­smi di con­trol­lo han­no de­ro­ga­to al lo­ro com­pi­to, per­ché lo­ro de­vo­no co­no­sce­re la nor­ma per far­la ap­pli­ca­re. Detto del­le ro­ta­zio­ni, se è ve­ro che il re­go­la­men­to am­met­te le azien­de mi­ste, non con­sen­te col­tu­re pa­ral­le­le, quin­di se fai ri­so sul­la par­te in bio non puoi fa­re su quel­la in con­ven­zio­na­le, per lo me­no, con in­ter­pre­ta­zio­ne mol­to lar­ga, la stes­sa va­rie­tà.

3. Rispetto al­le re­se, sem­pre l’o.d.c ha com­pi­ti di con­trol­lo e do­vreb­be ave­re ispet­to­ri in gra­do di va­lu­ta­re pri­ma di tut­to la ca­pa­ci­tà dell’operatore di met­te­re in pra­ti­ca il me­to­do bio­lo­gi­co, piut­to­sto che bar­ra­re ca­sel­le di ceck-list pre­con­fe­zio­na­te. Inoltre la di­chia­ra­zio­ne dell’azienda sul­la pro­du­zio­ne pre­vi­sta fat­ta sul PAP (Piano Annuale di Produzione) va ve­ri­fi­ca­ta e non ac­cet­ta­ta tal qua­le, per­che emet­te­re cer­ti­fi­ca­ti an­che con so­lo 5 quin­ta­li l’ettaro in più di quan­to real­men­te pro­dot­to, in azien­de di qual­che cen­ti­na­io di et­ta­ri, apre il fian­co a fro­di con­si­sten­ti. Non a ca­so nel­la pro­po­sta di re­vi­sio­ne del re­go­la­men­to UE, c’è il di­vie­to di azien­da mi­sta.

4. La vi­gi­lan­za su­gli or­ga­ni­smi di con­trol­lo è com­pi­to del­la Regione che as­su­me il ruo­lo di au­to­ri­tà di con­trol­lo. Questo do­vreb­be es­se­re af­fi­da­to a per­so­ne com­pe­ten­ti che ri­fan­no l’ispezione al 10% del­le azien­de in­scrit­te al re­gi­stro re­gio­na­le del­le azien­de bio­lo­gi­che, scel­te con  sor­teg­gio e/o se­gna­la­zio­ne di uno dei tan­ti Enti di vi­gi­lan­za (NAS, re­pres­sio­ne e Frodi, USL, Corpo Forestale ….) che han­no com­pe­ten­za  an­che sul­le azien­de bio.
In ge­ne­ra­le il te­ma c’è tut­to ma pro­ba­bil­men­te me­ri­ta­va qual­che spie­ga­zio­ne in più.».

Foto: Toni Ajtovski (Wikimedia Commons)

16 Dicembre 2014

In banca? No, da Walmart

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Via: Valori.it // In banca? No, da Walmart

Dopo an­ni di at­te­sa Walmart si pre­pa­ra ad en­tra­re nel bu­si­ness “ban­ca­rio” ope­ran­do con la so­cie­tà Green Dot Bank. Un isti­tu­to spe­cia­liz­za­to nel com­par­to del­le car­te pre­pa­ga­te già par­te­ci­pa­to dal­lo stes­so co­los­so del­la gran­de di­stri­bu­zio­ne.

Dopo an­ni di at­te­sa il co­los­so Usa del­la gran­de di­stri­bu­zio­ne Walmart si pre­pa­ra ad en­tra­re nel bu­si­ness “ban­ca­rio”. Lo ha se­gna­la­to in que­sti gior­ni la stam­pa in­ter­na­zio­na­le. Nel det­ta­glio, spie­ga Cnn Money, la ca­te­na ame­ri­ca­na ope­re­rà con la so­cie­tà Green Dot Bank – un isti­tu­to spe­cia­liz­za­to nel com­par­to del­le car­te pre­pa­ga­te già par­te­ci­pa­to dal­la stes­sa Walmart – per of­fri­re al­la sua clien­te­la con­ti low co­st com­pren­si­vi di si­ste­mi di pa­ga­men­to qua­li as­se­gni e car­te di cre­di­to.
Il pro­dot­to, dal co­sto di 2 dol­la­ri e 95 sa­rà mes­so in ven­di­ta al­la fi­ne di ot­to­bre. I clien­ti, spe­ci­fi­ca la Cnn, non so­ster­ran­no co­sti ul­te­rio­ri man­te­nen­do sul con­to una ci­fra mi­ni­ma di 500 dol­la­ri (in ca­so con­tra­rio, ri­cor­da pe­rò il Guardian, il co­sto men­si­le sa­rà in­ve­ce di 8 dol­la­ri e 95). I con­ti sa­ran­no ga­ran­ti­ti dal­la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’agenzia fe­de­ra­le che ga­ran­ti­sce i con­ti di de­po­si­to de­gli isti­tu­ti Usa. Walmart, ri­cor­da an­co­ra la Cnn, ave­va già ten­ta­to di en­tra­re nel bu­si­ness ban­ca­rio nel 2005 ma ave­va de­si­sti­to di fron­te al­la for­te op­po­si­zio­ne de­gli isti­tu­ti tra­di­zio­na­li.

L’operazione, no­ta il Guardian, rap­pre­sen­ta una gran­de op­por­tu­ni­tà per la cor­po­ra­tion Usa. Il ta­glio ai co­sid­det­ti food stamps – i buo­ni ali­men­ta­ri for­ni­ti dal­lo US fe­de­ral go­vern­ment Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP) – rea­liz­za­to nel 2013 ha pro­vo­ca­to un ve­ro e pro­prio eso­do dei clien­ti a bas­so red­di­to, no­ta il quo­ti­dia­no bri­tan­ni­co. L’introduzione del­le car­te di cre­di­to ad hoc mi­ra a re­cu­pe­ra­re quel­la par­te di con­su­ma­to­ri smar­ri­ta di re­cen­te pun­tan­do, al tem­po stes­so, sull’offerta di un ser­vi­zio al­ter­na­ti­vo ai con­ti tra­di­zio­na­li. Ad og­gi, no­ta an­co­ra il Guardian, ol­tre il 28% de­gli ame­ri­ca­ni è pri­vo di un con­to ban­ca­rio.
29 Settembre 2014

La svolta di Pechino, stop alle città fantasma

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Via: Valori.it // La svolta di Pechino, stop alle città fantasma

Controlli più se­ve­ri per ar­re­sta­re il fe­no­me­no del­le “cit­tà fan­ta­sma”, gli ag­glo­me­ra­ti ur­ba­ni di­sa­bi­ta­ti che so­no pro­li­fe­ra­ti nel Paese nel cor­so de­gli an­ni. È l’obiettivo espres­so dal go­ver­no ci­ne­se.

Controlli più se­ve­ri per ar­re­sta­re il fe­no­me­no del­le “cit­tà fan­ta­sma”, gli ag­glo­me­ra­ti ur­ba­ni di­sa­bi­ta­ti che so­no pro­li­fe­ra­ti nel Paese nel cor­so de­gli an­ni. È l’obiettivo espres­so dal go­ver­no ci­ne­se at­tra­ver­so le di­chia­ra­zio­ni del mi­ni­stro per il ter­ri­to­rio e le ri­sor­se Dong Zuoji. Lo ri­fe­ri­sce la Reuters ci­tan­do l’agenzia go­ver­na­ti­va Beijing News. Secondo i pia­ni an­nun­cia­ti da Pechino, la co­stru­zio­ne di nuo­vi cen­tri ur­ba­ni sa­rà au­to­riz­za­ta sol­tan­to in ca­so di ne­ces­si­tà, ov­ve­ro co­me so­lu­zio­ne a un pro­ble­ma di ec­ces­si­va den­si­tà abi­ta­ti­va op­pu­re a se­gui­to di un di­sa­stro na­tu­ra­le.

Quello del­le cit­tà fan­ta­sma re­sta un pro­ble­ma par­ti­co­lar­men­te si­gni­fi­ca­ti­vo. Sebbene non vi sia­no da­ti uf­fi­cia­li sui nu­me­ri che lo ca­rat­te­riz­za­no, ri­cor­da la Reuters, il fe­no­me­no ap­pa­re a mol­ti co­me una pro­va tan­gi­bi­le dei ri­schi con­nes­si al­la bol­la im­mo­bi­lia­re del Paese. Tra il 2011 e il 2012, ri­cor­da­va di re­cen­te il Financial Times, la pro­du­zio­ne di ce­men­to in Cina ha su­pe­ra­to quel­la rea­liz­za­ta ne­gli Stati Uniti nel cor­so di tut­to il XX se­co­lo. In Cina “l’ammontare to­ta­le dei me­tri qua­dri cal­pe­sta­bi­li in co­stru­zio­ni è suf­fi­cien­te a sod­di­sfa­re ol­tre quat­tro an­ni di do­man­da a li­vel­lo na­zio­na­le” no­ta­va nell’occasione il quo­ti­dia­no bri­tan­ni­co.

27 Settembre 2014

Bloomberg, Usa: stretta sull’elusione fiscale degli hedge

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Via: Valori.it // Bloomberg, Usa: stretta sull’elusione fiscale degli hedge

Nel mi­ri­no del­le au­to­ri­tà ame­ri­ca­ne ci sa­reb­be­ro le com­pa­gnie as­si­cu­ra­ti­ve di co­mo­do crea­te nei pa­ra­di­si fi­sca­li e col­le­ga­te ai fon­di stes­si. Un fe­no­me­no ca­pa­ce di ab­bat­te­re di fat­to l’effettivo li­vel­lo del­la tas­sa­zio­ne.

Il Dipartimento del Tesoro de­gli Stati Uniti si pre­pa­ra a un cam­bia­men­to del­la le­gi­sla­zio­ne fi­sca­le con l’obiettivo di ab­bat­te­re un si­ste­ma di elu­sio­ne mes­so in pra­ti­ca dai fon­di hed­ge. Lo se­gna­la Bloomberg ci­tan­do un do­cu­men­to ot­te­nu­to in esclu­si­va. Nel mi­ri­no del­le au­to­ri­tà ame­ri­ca­ne ci sa­reb­be­ro le com­pa­gnie as­si­cu­ra­ti­ve di co­mo­do crea­te nei pa­ra­di­si fi­sca­li e col­le­ga­te ai fon­di stes­si. Un fe­no­me­no ca­pa­ce di ab­bat­te­re di fat­to l’effettivo li­vel­lo del­la tas­sa­zio­ne.

Gli ope­ra­to­ri che in­ve­sto­no nei fon­di hed­ge, spie­ga Bloomberg, pa­ga­no una nor­ma­le tas­sa sui pro­fit­ti che pre­ve­de un’aliquota mas­si­ma del 39,6% a pre­scin­de­re dal­la de­ci­sio­ne di ri­ti­ra­re o me­no il de­na­ro in­ve­sti­to. Ma se l’investimento av­vie­ne in mo­do in­di­ret­to, ad esem­pio at­tra­ver­so una com­pa­gnia as­si­cu­ra­ti­va do­mi­ci­lia­ta in un pa­ra­di­so fi­sca­le, il pa­ga­men­to del­le tas­se può es­se­re po­sti­ci­pa­to al mo­men­to del­la ces­sio­ne del­la quo­ta im­pli­can­do co­sì il pa­ga­men­to dell’aliquota pre­vi­sta sul ca­pi­tal gain per l’investimento di lun­go ter­mi­ne. Pari al 20%. Tra i sog­get­ti all’attenzione del Tesoro, no­ta Bloomberg, ci sa­reb­be an­che il vei­co­lo as­si­cu­ra­ti­va di Paulson & Co., uno dei mag­gio­ri ope­ra­to­ri hed­ge del mon­do. La com­pa­gnia in que­stio­ne, ta­le Pacre Ltd., si ca­rat­te­riz­ze­reb­be per un nu­me­ro ri­dot­to di ope­ra­zio­ni ol­tre che per l’assenza di im­pie­ga­ti. Tutti i suoi as­se­ts ven­go­no in­ve­sti­ti nei fon­di del­la Paulson.

13 Settembre 2014

UK, le compagnie petrolifere chiedono un taglio delle tasse

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Via: Valori.it // UK, le compagnie petrolifere chiedono un taglio delle tasse

Una ri­du­zio­ne dell’aliquota fi­sca­le mas­si­ma a quo­ta 30% con­tro l’attuale 80%. È quan­to chie­do­no le com­pa­gnie pe­tro­li­fe­re at­ti­ve nel Mare del Nord al mi­ni­stro del­le fi­nan­ze bri­tan­ni­co George Osborne.

Una ri­du­zio­ne dell’aliquota fi­sca­le mas­si­ma a quo­ta 30% con­tro l’attuale 80%. È quan­to chie­do­no le com­pa­gnie pe­tro­li­fe­re at­ti­ve nel Mare del Nord al mi­ni­stro del­le fi­nan­ze bri­tan­ni­co George Osborne di fron­te al­la con­tra­zio­ne dei pro­fit­ti che fa se­gui­to al for­te ri­bas­so del prez­zo dell’oro ne­ro. Lo ri­fe­ri­sce Business Insider. Dallo scor­so me­se di giu­gno ad og­gi, ri­cor­da BI, il prez­zo del Brent è pas­sa­to da 117 a me­no di 50 dol­la­ri per ba­ri­le. Un ca­lo pe­san­tis­si­mo, so­prat­tut­to a fron­te del­la per­si­sten­za di ele­va­ti co­sti fis­si di estra­zio­ne.

A lan­cia­re l’allarme, in par­ti­co­la­re, è sta­to Malcolm Webb, nu­me­ro uno dell’associazione Oil & Gas UK, se­con­do il qua­le il man­te­ni­men­to del prez­zo del ba­ri­le sot­to quo­ta 50 dol­la­ri per un pa­io d’anni si tra­dur­reb­be nel­la chiu­su­ra di al­cu­ne com­pa­gnie del set­to­re. A di­cem­bre, ri­cor­da Business Insider, lo stes­so Osborne ave­va an­nun­cia­to un pri­mo ta­glio del­la tas­sa­zio­ne esten­den­do da sei a die­ci an­ni al­cu­ni sgra­vi fi­sca­li già pre­vi­sti.

16 Gennaio 2015

Olkiluoto, Areva annuncia un ritardo di nove anni!

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Via: Valori.it // Olkiluoto, Areva annuncia un ritardo di nove anni!

La com­pa­gnia fran­ce­se ha an­nun­cia­to che il reat­to­re in co­stru­zio­ne in Finlandia non sa­rà pron­to pri­ma del 2018, ov­ve­ro no­ve an­ni più tar­di ri­spet­to al­le pre­vi­sio­ni ini­zia­li.
 Il reat­to­re nu­clea­re EPR che la so­cie­tà fran­ce­se Areva e il suo part­ner te­de­sco Siemens stan­no co­struen­do ad Olkiluoto, in Finlandia, non sa­rà pron­to pri­ma del 2018. Ovvero no­ve an­ni più tar­di ri­spet­to al­le pre­vi­sio­ni ini­zia­li. Ad an­nun­ciar­lo è sta­ta ie­ri la stes­sa com­pa­gnia tran­sal­pi­na, che ha co­sì ce­du­to in qual­che mo­do al­le pres­sio­ni e – do­po un an­no di at­te­sa – ha ac­cet­ta­to di for­ni­re una nuo­va in­di­ca­zio­ne tem­po­ra­le.

Il pro­get­to è da tem­po nell’occhio del ci­clo­ne, e fon­te di for­ti po­le­mi­che, dal mo­men­to che, an­che a cau­sa dei ri­tar­di ac­cu­mu­la­ti, sta con­tri­buen­do da an­ni ad ap­pe­san­ti­re de­ci­sa­men­te il bi­lan­cio dell’azienda (che è di pro­prie­tà pub­bli­ca all’87%). Le per­di­te pre­vi­ste, le­ga­te al reat­to­re scan­di­na­vo, rag­giun­go­no or­mai la ci­fra stra­to­sfe­ri­ca di 3,9 mi­liar­di di eu­ro. Ovvero più del prez­zo al qua­le lo stes­so reat­to­re è sta­to ven­du­to nel di­cem­bre del 2003 (3 mi­liar­di).

Areva ha as­si­cu­ra­to che il nuo­vo ri­tar­do non com­por­te­rà ul­te­rio­ri co­sti. Ma se­con­do al­cu­ni ana­li­sti in­ter­ro­ga­ti dall’agenzia AFP, il fat­to che i la­vo­ri du­re­ran­no an­co­ra de­gli an­ni, com­por­ta una con­di­zio­ne di per­du­ran­te in­cer­tez­za cir­ca il fu­tu­ro del pro­get­to.

2 Settembre 2014

Cina, imprese americane ospiti (poco graditi)

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Via: Valori.it // Cina, imprese americane ospiti (poco graditi)

Nel mi­ri­no di cam­pa­gne lo­ca­li le­ga­te al con­tra­sto dei mo­no­po­li e del­la cor­ru­zio­ne, le com­pa­gnie ame­ri­ca­ne de­nun­cia­no un’accoglienza osti­le nel ter­ri­to­rio del dra­go­ne…

Lo se­gna­la «The Wall Street Journal», che rac­con­ta i ri­sul­ta­ti di una in­da­gi­ne con­dot­ta dal­la Camera di com­mer­cio de­gli Stati Uniti (American Chamber of Commerce – AmCham). Circa il 60% del­le im­pre­se ame­ri­ca­ne si sen­ti­reb­be “me­no ben­ve­nu­ta” in Cina ri­spet­to a pri­ma, con un si­gni­fi­ca­ti­vo au­men­to (+41%) ri­spet­to al­lo stes­so son­dag­gio svol­to nel 2013. Non so­lo. Il 49% de­gli in­ter­vi­sta­ti ri­tie­ne che le im­pre­se stra­nie­re sia­no nel mi­ri­no di un ve­ro e pro­prio at­tac­co, ob­biet­ti­vi de­si­gna­ti in­giu­sta­men­te nell’ambito di un gi­ro di vi­te sui te­mi del­la ge­stio­ne mo­no­po­li­sti­ca dei prez­zi e del­la cor­ru­zio­ne.

Sarà che l’inchiesta di AmCham evi­den­zia an­che un mi­nor au­men­to di pro­fit­to del­le azien­de USA at­ti­ve in Cina, e una di­sce­sa del Dragone tra le op­zio­ni prio­ri­ta­rie d’in­ve­sti­men­to, ma co­mun­que il cli­ma è te­so. E si com­po­ne an­che di al­tri da­ti: il 61% del­le im­pre­se eu­ro­pee che han­no ope­ra­to in Cina per più di un de­cen­nio so­ster­reb­be – il WSJ ci­ta un’altra in­da­gi­ne del­la Camera di com­mer­cio eu­ro­pea – che fa­re af­fa­ri nel Paese sta di­ven­tan­do sem­pre più dif­fi­ci­le. Complice an­che il ral­len­ta­men­to del­la cre­sci­ta eco­no­mi­ca del­la Cina, l’aumento del­le ten­sio­ni po­li­ti­che, la cre­sci­ta del co­sto del la­vo­ro e le nor­me opa­che per gli in­ve­sti­to­ri stra­nie­ri, gli in­ve­sti­men­ti in Cina dal Nord America, Europa e Giappone sta­reb­be­ro per­ciò su­ben­do un de­cre­men­to.

Di fat­to USA ed Europa sta­reb­be­ro co­sì fa­cen­do pres­sio­ne sul­le au­to­ri­tà ci­ne­si per­ché al­len­ti­no la pre­sa del­le in­chie­ste sul­le com­pa­gnie stra­nie­re, men­tre i ci­ne­si ri­ven­di­ca­no un at­teg­gia­men­to equi­li­bra­to nel ri­guar­da­re so­cie­tà lo­ca­li e non a pro­po­si­to di mi­su­re an­ti­mo­no­po­li­sti­che: il me­se scor­so i re­go­la­to­ri ci­ne­si han­no mul­ta­to per 202 mi­lio­ni di dol­la­ri 12 pro­dut­to­ri giap­po­ne­si di com­po­nen­ti per au­to per pre­sun­ta ma­ni­po­la­zio­ne dei prez­zi. BMW, Volkswagen-Audi e Daimler so­no in at­te­sa di pos­si­bi­li san­zio­ni si­mi­li, men­tre Microsoft e Qualcomm sa­reb­be­ro sot­to in­chie­sta per po­ten­zia­le at­ti­vi­tà mo­no­po­li­sti­ca.
2 Settembre 2014
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