Passione civile

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Mano visibile

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Via: NeXt // Mano visibile

Accordo TTIP: le multinazionali manovrano contro i diritti dei cittadini?

Il Ttip è l’acronimo di Transatlantic trade and investment partnership. Così è stato battezzato un accordo tra gli Usa e l’Ue in tema di commercio e investimenti. Il pezzo iniziale del nostro direttore, Leonardo Becchetti, che scrive a quattro mani con l’amico Gabriele Mandolesi, spiega tutto, con brillante sintesi. Dunque si tratta di un trattato. E un trattato si stipula quando le parti in causa ritengono vantaggioso accordarsi. Le parti in causa, i negoziatori, nel nostro caso rappresentano milioni di cittadini e di imprese: insomma gli stakeholder sono molti e hanno – per certi aspetti – interessi anche divergenti.Pertanto ci parrebbe ragionevole pensare che i negoziatori decideranno di firmare quando avranno trovato una giusta composizione dei diversi interessi in gioco. Qui ci verrebbe in aiuto il principio che dà nome al nostro umile sito web, il bene comune. Certamente sarà così se si aprirà un pubblico dibattito, dove i diversi think tank – da quelli più popolari, come le università, a quelli più “interessati”, come alcuni centri studi – potranno esibire i loro elementi previsionali e consentire ai politici di prendere una decisione nell’interesse di tutti. Ma, attualmente, le informazioni sono ancora poche e riservate a pochissimi eletti, tra cui – in modo piuttosto limitato, basti leggere il pezzo di Monica Di Sisto – gli Stati nazionali.

Se questo è l’inizio dell’avventura, allora chissà quando si accenderanno le controversie! Monica afferma che questo trattato è – di fatto – una riforma costituzionale sotto mentite spoglie. Effettivamente dagli elementi da lei prodotti, la conclusione non può essere che questa. La materia commerciale è tecnicamente assai complessa suggerirebbe al buon senso di ricorrere ai tecnici. Ma dietro una complessità tecnica si nasconde comunque una scelta: per questo ci si dovrebbe affidare alla politica. In questo caso gli esperti, i tecnici, rischiano di sostituire i politici. Ma questo è un problema: perché il tecnico vede il vulnus giuridico e procede alla riparazione, quando invece il politico porrebbe una questione generale aprendo un dibattito pubblico. Beninteso, una politica che sappia fare il suo mestiere e non gli interessi di quelli “più uguali degli altri”.

Vedremo come va. Non vogliamo usare questo inizio sbagliato da parte dei negoziatori per fare dell’ideologia anti-mercatista a buon… mercato. Ma a noi interessa sapere se l’applicazione di queste norme favorirà le parti più deboli del mercato, ovvero i lavoratori e le famiglie più popolari, le piccole e le medie imprese, le comunità e le eccellenze territoriali, la qualità e le innovazioni sociali. Ci interessa sapere se l’applicazione di queste norme creerà le condizioni per una maggiore tutela sociale o se rafforzerà l’insicurezza che stiamo vivendo. Ci interessa anche sapere quali effetti (ragionevoli) potrà avere l’applicazione di queste norme rispetto alla produzione nel resto del mondo, quali effetti politici potrà determinare, dato che a trattare ci sono dei colossi del mondo contemporaneo. Tutte queste decisioni, sulla base di attente valutazioni tecniche, competono ai politici. Insomma vorremmo che la mano che firma fosse guidata da un cervello che ha un cuore sociale. I dati prodotti da Osea Giuntella permettono di acquisire anche qualche elemento positivo, per esempio in merito ai salari, anche se il quadro che si delinea, e qui Osea cita l’Ofse, sembra sbilanciato a favore delle multinazionali. Per questo abbiamo scelto – in questo numero – un titolo più provocatorio.

Giuseppe De Marzo sostiene come non sia affatto corretto utilizzare la parola libero mercato per descrivere l’attuale globalizzazione economica. Sarebbe un errore, visto che di “libero” nel mercato globale c’è ben poco. È in questa logica che si iscrive il TTIP. Una logica che ha prodotto conseguenze devastanti: l’intreccio delle crisi che mordono le vite di miliardi di esseri umani non è mai stato così asfissiante.

Desta preccupazione, come osserva Stefano Tassinari, il fatto che si possa puntare a una concorrenza che mette a rischio i criteri di qualità della produzione di beni e servizi, nonché la dignità del lavoro, a favore di una logica che punta a costi sempre più bassi tutelando gli interessi delle multinazionali. Tutto ciò mentre proprio una economia che cerca nell’aumento della qualità il proprio valore aggiunto viene indicata da più parti come esempio per creare sviluppo, oltre a rappresentare spesso un fattore vincente del nostro Made in Italy.

La vecchia teoria economica suggeriva che tanti piccoli operatori, in un mercato libero, avrebbero prodotto un equilibrio per tutti, come se una mano invisibile guidasse l’opera. Qui ci pare invece che la mano sia molto visibile e rischi di produrre squilibrio e un mercato meno libero.

Giochi, Slot Mob: Fondamentali divieto pubblicità e tessera sanitaria

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Via: NeXt // Giochi, Slot Mob: Fondamentali divieto pubblicità e tessera sanitaria

Domani a Montecitorio il confronto con i parlamentari per chiedere che riprenda l’iter del testo unico sul gioco d’azzardo patologico

Il di­vie­to as­so­lu­to del­la pub­bli­ci­tà e la trac­cia­bi­li­tà dei flus­si fi­nan­zia­ri at­tra­ver­so l’utilizzo del­la tes­se­ra sa­ni­ta­ria. Sono que­sti i due aspet­ti a cui non si può ri­nun­cia­re se­con­do i coor­di­na­to­ri del Movimento “Slot mob” che con una let­te­ra aper­ta han­no lan­cia­to un ap­pel­lo ai com­po­nen­ti del­la Commissione Bilancio di Camera e Senato per non osta­co­la­re l’iter del te­sto uni­fi­ca­to di leg­ge per la pre­ven­zio­ne, la cu­ra e la ria­bi­li­ta­zio­ne del­la di­pen­den­za da az­zar­do pa­to­lo­gi­co. Si chie­de che il di­se­gno di leg­ge pro­se­gua il suo iter ap­pro­dan­do in Aula. Se in­ve­ce i suoi pun­ti prin­ci­pa­li do­ves­se­ro es­se­re in­cor­po­ra­ti nel­la Delega fi­sca­le la ri­chie­sta è che non scom­pa­ia­no que­sti due aspet­ti che “van­no a col­pi­re le cau­se del pro­ble­ma”. “Il ri­schio – spie­ga al VELINO Gabriele Mandolesi, uno dei coor­di­na­to­ri del­la cam­pa­gna – è che re­sti­no fuo­ri pro­prio que­sti due pun­ti che in­ve­ce so­no fon­da­men­ta­li e che chi ha in­te­res­si nel set­to­re non vuo­le toc­ca­re. Il ri­schio al­tri­men­ti è li­mi­tar­si so­lo all’aspetto del­la cu­ra e quin­di trat­ta­re l’azzardo con ac­cet­ta­zio­ne e sen­so di scon­fit­ta”.

Per chie­de­re ri­spo­ste chia­re al­la po­li­ti­ca do­ma­ni il Movimento ha pro­mos­so una con­fe­ren­za stam­pa a Montecitorio a cui par­te­ci­pe­ran­no di­ver­si de­pu­ta­ti e se­na­to­ri. “Il di­vie­to as­so­lu­to del­la pub­bli­ci­tà per noi è cru­cia­le. C’è una pub­bli­ci­tà del gio­co d’azzardo scri­te­ria­ta e sen­za nes­sun con­trol­lo su qua­lun­que mez­zo – ri­cor­da Mandolesi -, in­ve­ce do­vreb­be es­ser­ci lo stes­so trat­ta­men­to ri­ser­va­to al ta­bac­co”. E an­co­ra: “La tes­se­ra sa­ni­ta­ria ser­ve a rom­pe­re il mec­ca­ni­smo del ri­ci­clag­gio, con­tra­sta­re la cri­mi­na­li­tà or­ga­niz­za­ta e pre­ve­ni­re i com­por­ta­men­ti a ri­schio”. Sullo stop al te­sto di cui è re­la­tri­ce Paola Binetti ag­giun­ge: “Ha pe­sa­to la vo­lon­tà po­li­ti­ca di uti­liz­za­re lo stru­men­to del­la Delega fi­sca­le. Le os­ser­va­zio­ni fat­te dai Monopoli so­no di­scu­ti­bi­li, sia per i tre an­ni ne­ces­sa­ri per l’adeguamento de­gli ap­pa­rec­chi, sia per la per­di­ta di get­ti­to an­nua sti­ma­ta in quat­tro mi­liar­di. Numeri da­ti sen­za pro­ve e coe­ren­za. E sen­za con­si­de­ra­re in­ve­ce i co­sti so­cia­li del gio­co”. Il mo­vi­men­to Slot mob è na­to un an­no e mez­zo fa dal­la so­cie­tà ci­vi­le, ha or­ga­niz­za­to 73 slot mob in 73 cit­tà, al­le sue ini­zia­ti­ve ha vi­sto ade­ri­re 200 as­so­cia­zio­ni e ol­tre 10 mi­la par­te­ci­pan­ti.

La CSR? Un buon investimento per le aziende, una garanzia per i consumatori.

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Via: NeXt // La CSR? Un buon investimento per le aziende, una garanzia per i consumatori.

18 di­cem­bre 2014 – CSR? Un buon in­ve­sti­men­to!  Perchè non è un sem­pli­ce stru­men­to di co­mu­ni­ca­zio­ne, ma una scel­ta stra­te­gi­ca vin­cen­te.  E i cit­ta­di­ni so­no pron­ti a boi­cot­ta­re le azien­de che non in­ve­sto­no in re­spon­sa­bi­li­tà so­cia­le: se­con­do un’indagine Nielsen 2014 il 55% dei con­su­ma­to­ri mon­dia­li è di­spo­sto a pa­ga­re di più per pro­dot­ti e ser­vi­zi di azien­de im­pe­gna­te in pro­gram­mi di so­ste­ni­bi­li­tà am­bien­ta­le e so­cia­le. Uno sce­na­rio pro­met­ten­te quel­lo de­scrit­to du­ran­te il con­ve­gno ‘Csr: da im­pe­gno so­cia­le a van­tag­gio com­pe­ti­ti­vo’, or­ga­niz­za­to a Bologna da Manageritalia, Fondazione e Università Alma Mater, Università di Cadice, Osservatorio an­da­lu­so del­la Csr e Dirse (Associazione dei di­ret­to­ri del­la Csr di 35 azien­de spa­gno­le quo­ta­te a Madrid), tap­pa di un pro­get­to in­ter­na­zio­na­le ini­zia­to tre an­ni fa. L’importanza del­la CSR si ri­flet­te an­che sull’attenzione cre­scen­te ver­so il ruo­lo del CSR ma­na­ger: so­no or­mai l’80% le so­cie­tà quo­ta­te ad ave­re una fi­gu­ra in­te­ra­men­te de­di­ca­ta al­la so­ste­ni­bi­li­tà. E nel re­sto del mon­do? L’attenzione da par­te di con­su­ma­to­ri e cit­ta­di­ni al­la re­spon­sa­bi­li­tà so­cia­le  toc­ca so­prat­tut­to pae­si co­me l’Asia (64%), l’America Latina e Africa/Middle Est (63%), men­tre è più bas­sa in America (America del Nord 42%) e nel Vecchio Continente (Europa 40%).

Il TTIP non va in vacanza

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Via: NeXt // Il TTIP non va in vacanza

L’epifania tut­te le fe­ste se l’è por­ta­te via. Finite, per chi le ha fat­te, le fe­rie è il mo­men­to di tor­na­re al­la quo­ti­dia­ni­tà. Il bi­lan­cio dell’appena con­clu­so 2014 è a tin­te fo­sche. La cri­si mor­de for­te, i con­su­mi so­no ri­ma­sti in­va­ria­ti ri­spet­to al 2013, tor­na­ti a li­vel­li di 10 an­ni fa, la di­soc­cu­pa­zio­ne toc­ca nuo­vi re­cord. Ma quel­lo che si de­li­nea co­me il pro­ble­ma mag­gio­re da af­fron­ta­re è la cre­scen­te po­ver­tà.

Il 2015 è sta­to di­chia­ra­to Anno Europeo del­lo Sviluppo, pro­po­sto dal­la Commissione ed ap­pro­va­to dal Parlamento, ed è an­che il ter­mi­ne fis­sa­to dall’ONU per ri­dur­re la po­ver­tà e mi­glio­ra­re le op­por­tu­ni­tà di tut­ti,  la si­tua­zio­ne sa­ni­ta­ria e la qua­li­tà am­bien­ta­le, rag­giun­ge­re gli obiet­ti­vi di svi­lup­po del Millennio che l’ONU stes­sa si era pre­fis­sa­ta nel 2000.

Ma co­sa c’entra la po­ver­tà ed il TTIP? Molto se si pen­sa che il trat­ta­to na­sce con lo sco­po di “ar­mo­niz­za­re” le re­go­le de­gli scam­bi e del­le trat­ta­ti­ve eco­no­mi­che tra Europa ed USA. Commercio, ma an­che la­vo­ro e re­go­la­men­ti. Difficile non chie­der­si se sa­ran­no “ar­mo­niz­za­ti” i sa­la­ri o le pos­si­bi­li­tà di li­cen­zia­men­to. Il la­vo­ro è un tas­sel­lo fon­da­men­ta­le per far ri­pren­de­re l’economia, ma ha bi­so­gno di ri­par­ti­re non sul­la ba­se del­la pro­du­zio­ne di mas­sa e del con­su­mo, ma sul­la tu­te­la e sul­la va­lo­riz­za­zio­ne dei pa­tri­mo­ni lo­ca­li, ri­spet­tan­do i di­rit­ti uma­ni, per non in­cor­re­re nel­la spi­ra­le del­la po­ver­tà da cui è dif­fi­ci­lis­si­mo usci­re.

Assieme al TTIP si sta di­scu­ten­do an­che un al­tro im­por­tan­te ac­cor­do in­ter­na­zio­na­le, il TISA, si­gla che iden­ti­fi­ca il Trade in Services Agreement, ov­ve­ro Accordo di Commercio dei Servizi.

Il trat­ta­to ha con­te­nu­ti si­mi­li al GATT (Accordo Generale sul­le Tariffe e il Commercio) e al GATS (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi), fi­ni­ti al cen­tro del­le pro­te­ste a Seattle nel 1999 e al G8 di Genova del 2001. A dif­fe­ren­za di que­sti, pe­rò, il TISA non è sta­to di­scus­so in se­no all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che pre­ve­de la pub­bli­ci­tà de­gli at­ti e una di­scus­sio­ne più “tra­spa­ren­te”. L’accordo pro­po­ne ol­tre ad una se­rie di li­be­ra­liz­za­zio­ni per il set­to­re fi­nan­zia­rio, an­che la pos­si­bi­li­tà per le azien­de di ri­cor­re­re ad un tri­bu­na­le pri­va­to per ge­sti­re le con­tro­ver­sie, nel qua­le non so­no pre­vi­ste udien­ze pub­bli­che. «Dobbiamo sup­por­ta­re la ca­pa­ci­tà del­le azien­de di com­pe­te­re in mo­do giu­sto e se­con­do fat­to­ri ba­sa­ti sul mer­ca­to, non sui go­ver­ni», scri­ve la Coalition of Services Industries nei suoi co­mu­ni­ca­ti a fa­vo­re del Tisa.

Questo ac­cor­do na­sce dal­le ce­ne­ri del “Doha Round”, la se­rie di ne­go­zia­ti ini­zia­ti a Doha, in Qatar, nel 2001, e con­dot­ti all’interno dell’Organizzazione mon­dia­le del com­mer­cio (Wto), per la glo­ba­liz­za­zio­ne e la li­be­ra­liz­za­zio­ne dell’economia, che ha sca­te­na­to pro­te­ste mas­sic­ce in tut­to il mon­do e che è fal­li­to nel 2011, do­po die­ci an­ni di trat­ta­ti­ve.

Come è suc­ces­so quat­tro e die­ci e quat­tor­di­ci an­ni fa, so­no sta­te le pro­te­ste del­la po­po­la­zio­ne a bloc­ca­re gli ac­cor­di. Nel 1999 a Seattle nel 99 si ma­ni­fe­stò con­tro l’Ami (Accordo Multilaterale su­gli in­ve­sti­men­ti): al gri­do MAI al MAI i ma­ni­fe­stan­ti han­no por­ta­to l’OCSE a ri­nun­cia­re a que­sto trat­ta­to. In fon­do non è im­pos­si­bi­le: le per­so­ne si so­no in­for­ma­te e han­no det­to che que­gli ac­cor­di non fa­ce­va­no al ca­so lo­ro.

Oggi ab­bia­mo lo stes­so di­rit­to di pro­te­sta­re con­tro qual­co­sa che non vo­glia­mo ma al­lo stes­so tem­po il do­ve­re di in­for­mar­ci su co­sa suc­ce­de in­tor­no a noi. E so­prat­tut­to di sce­glie­re tut­te quel­le azien­de e quel­le real­tà che la­vo­ra­no se­con­do le re­go­le del ri­spet­to e del­la tra­spa­ren­za, di far sen­ti­re la no­stra vo­ce, di chie­de­re un cam­bia­men­to che va­da nel­la di­re­zio­ne del la­vo­ro giu­sto per una nuo­va eco­no­mia.

Next ade­ri­sce al­la cam­pa­gna Stop TTIP, per­ché cre­dia­mo in un mo­do di­ver­so di fa­re eco­no­mia ba­sa­to sul­la tra­spa­ren­za e sul ri­spet­to dei di­rit­ti dell’uomo. Insieme pos­sia­mo far sen­ti­re la no­stra vo­ce e chie­de­re che azien­de e go­ver­ni ri­spet­ti­no le scel­te dei cit­ta­di­ni.

Per ini­zia­re ad in­for­mar­ci qui po­te­te tro­va­re i pun­ti sa­lien­ti e la ver­sio­ne in­te­gra­le del di­bat­ti­to te­nu­to­si il 18 di­cem­bre sul TTIP, or­ga­niz­za­to da Next e Economia:)Felicità.

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Abiti Puliti contro KIK per la tragedia di Karachi

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Via: Valori.it // Abiti Puliti contro KIK per la tragedia di Karachi

A due an­ni dal di­sa­stro nel­la fab­bri­ca tes­si­le di Karachi, non c’è il pie­no ri­sar­ci­men­to al­le vit­ti­me da par­te del di­stri­bu­to­re te­de­sco. Ma an­che gli ita­lia­ni non ne esco­no be­ne…

L’11 set­tem­bre non è una da­ta tra­gi­ca so­lo per l’attentato al­le tor­ri ge­mel­le di New York ma an­che per il dram­ma­ti­co in­cen­dio scop­pia­to nei lo­ca­li del­la fab­bri­ca tes­si­le Ali Enterprises nel 2012. Un di­sa­stro che pro­vo­cò 254 vit­ti­me e 55 fe­ri­ti tra le la­vo­ra­tri­ci e i la­vo­ra­to­ri del­lo sta­bi­li­men­to con se­de a Karachi, in Pakistan, e che si è con­su­ma­to nell’ambito di un con­te­sto ora­mai piut­to­sto no­to ai let­to­ri di Valori e a chi si oc­cu­pa di re­spon­sa­bi­li­tà so­cia­le d’impresa re­la­ti­va­men­te all’industria del­la mo­da. Oggi l’emanazione ita­lia­na del­la Clean Clothes Campaign, cioè la Campagna abi­ti Puliti, de­nun­cia che an­co­ra non è sta­to at­tri­bui­to pie­no ri­sar­ci­men­to ai su­per­sti­ti e al­le fa­mi­glie di chi ri­ma­se uc­ci­so in quell’evento da par­te di al­cu­ni mar­chi coin­vol­ti in quel­la e in al­tre tra­ge­die si­mi­li

Particolarmente gra­ve, sot­to­li­nea in pro­po­si­to Abiti Puliti, la po­si­zio­ne del di­stri­bu­to­re tes­si­le te­de­sco KIK, «che ave­va com­mes­se nel­le tre fab­bri­che tea­tro dei più gran­di di­sa­stri uma­ni­ta­ri de­gli ul­ti­mi an­ni: ol­tre al­la Ali Enterprises, la Tazreen Fashions (Bangladesh) e il Rana Plaza (Bangladesh)», e che nel di­cem­bre del 2012 ave­va fir­ma­to un pro­to­col­lo di in­te­sa con il Pakistan Institute of Labour Education and Research (PILER) per tro­va­re un ac­cor­do sui ri­sar­ci­men­ti, sal­vo poi ti­rar­se­ne fuo­ri all’ultimo mi­nu­to nel lu­glio scor­so. E co­sì com­men­ta Deborah Lucchetti, coor­di­na­tri­ce del­la Campagna: «Il ri­fiu­to del­la te­de­sca KIK di cor­ri­spon­de­re un equo ri­sar­ci­men­to, uni­ta­men­te a quel­lo di tut­te le im­pre­se ita­lia­ne coin­vol­te che non han­no an­co­ra con­tri­bui­to, co­me Benetton, Manifattura Corona, Yes Zee, Robe di Kappa e Piazza Italia, non fa che pro­lun­ga­re la sof­fe­ren­za dei la­vo­ra­to­ri che con­cor­ro­no a de­ter­mi­na­re i lo­ro pro­fit­ti».

E nel­la vi­cen­da del­la Ali Enterprises, ne­ga­ti­va­men­te esem­pla­re, c’è an­che un’altra pre­sen­za ita­lia­na, ol­tre al­le grif­fe del­la mo­da: la fab­bri­ca era sta­ta cer­ti­fi­ca­ta in re­go­la (SAI 8000) po­che set­ti­ma­ne pri­ma del di­sa­stro dal­la so­cie­tà ita­lia­na di re­vi­sio­ne RINA, no­no­stan­te «non aves­se usci­te di emer­gen­za, aves­se le fi­ne­stre sbar­ra­te, non fos­se re­gi­stra­ta e aves­se un in­te­ro pia­no co­strui­to abu­si­va­men­te», ri­cor­da Abiti Puliti.

11 Settembre 2014

Il robot del governo giudice dell’autentica cucina thai

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Via: Valori.it // Il robot del governo giudice dell’autentica cucina thai

Fondi pub­bli­ci per svi­lup­pa­re una tec­no­lo­gia che va­lu­ti la ge­nui­na cu­ci­na thai­lan­de­se, per­ché dal ci­bo pas­sa l’identità del­la na­zio­ne ma an­che una buo­na par­te di bu­si­ness…

Forse non so­lo sul no­stro Paese è ca­la­ta in mo­do sen­si­bi­le l’atmosfera del­la pros­si­ma Expo mi­la­ne­se, in­cen­tra­ta sui te­mi le­ga­ti a ci­bo e nu­tri­zio­ne. Così al­me­no par­reb­be leg­gen­do un ap­pro­fon­di­men­to del­la ver­sio­ne web di «The New York Times» se­con­do cui l’ex pre­mier thai­lan­de­se Yingluck Shinawatra – so­sti­tui­ta a mag­gio scor­so da una giun­ta mi­li­ta­re in­se­dia­ta­si tra­mi­te un col­po di sta­to – avreb­be avu­to in men­te co­me que­stio­ne pres­san­te il fat­to che la cu­ci­na thai as­sag­gia­ta all’estero non ren­des­se ono­re e giu­sti­zia al­la tra­di­zio­ne cu­li­na­ria del suo Paese. Un pro­ble­ma tutt’altro che tra­scu­ra­bi­le se su di es­so si svol­se una riu­nio­ne di ga­bi­net­to dell’esecutivo e se il go­ver­no del­la Shinawatra fi­nan­ziò con de­na­ro pub­bli­co un pro­get­to scien­ti­fi­co – tutt’ora in cor­so – per la rea­liz­za­zio­ne di “e-delicious”, un ro­bot de­pu­ta­to ad “as­sag­gia­re” i piat­ti at­tra­ver­so un se­rie di sen­so­ri che va­lu­ta­no la qua­li­tà e l’impiego de­gli ali­men­ti di ba­se tra­mi­te pa­ra­me­tri di gu­sto e ol­fat­to, pro­po­nen­do­si una cer­ti­fi­ca­zio­ne di ge­nui­ni­tà di in­gre­dien­ti lo­ca­li ti­pi­ci co­me il ta­ma­rin­do fre­sco, i li­mes tai­lan­de­si o il ga­lan­gal, una ra­di­ce aro­ma­ti­ca si­mi­le al­lo zen­ze­ro.

Il pro­get­to, gui­da­to da Sirapat Pratontep, esper­to nel cam­po del­le na­no­tec­no­lo­gie, è in­som­ma pia­ciu­to a tal pun­to che il suo per­cor­so con­ti­nua an­che sot­to la gui­da del nuo­vo ca­po del go­ver­no, il ge­ne­ra­le gol­pi­sta Prayuth Chan-ocha, e mar­te­dì ver­rà pre­sen­ta­to co­me pro­get­to per stan­dar­diz­za­re l’arte del ci­bo tai­lan­de­se. Niente più in­cer­tez­ze, in­som­ma, sul­la ge­nui­na pre­pa­ra­zio­ne del cur­ry ver­de, da rea­liz­zar­si con il giu­sto mix di ba­si­li­co thai­lan­de­se, pa­sta di cur­ry e cre­ma di coc­co fre­sco, ri­spet­to a cer­te squal­li­de imi­ta­zio­ni mes­se in com­mer­cio dai ne­mi­ci del po­po­lo. Una vi­cen­da che può far sor­ri­de­re, e che dif­fi­cil­men­te met­te­rà il ba­va­glio all’anarchia cu­li­na­ria di Bangkok e di 67 mi­lio­ni di thai­lan­de­si, ma te­sti­mo­nia l’importanza cul­tu­ra­le e iden­ti­ta­ria che sem­pre più as­su­me il ci­bo a li­vel­lo glo­ba­le, bi­gliet­to da vi­si­ta in­so­sti­tui­bi­le e im­me­dia­to, ma an­che stru­men­to di pro­mo­zio­ne e di at­tra­zio­ne del bu­si­ness, mar­chia­to thai, in que­sto ca­so.

29 Settembre 2014

Mosca accelera la corsa agli armamenti

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Via: Valori.it // Mosca accelera la corsa agli armamenti

Il pro­gram­ma di mo­der­niz­za­zio­ne dell’arsenale rus­so, se­gna­la la Cnn, pro­se­gue no­no­stan­te le mi­su­re di au­ste­ri­ty in at­to nel Paese a se­gui­to dell’aggravarsi del­la cri­si eco­no­mi­ca in­ne­sca­ta dal­le san­zio­ni in­ter­na­zio­na­li e, so­prat­tut­to, dal crol­lo del prez­zo del pe­tro­lio.

+20,4% ri­spet­to all’anno pas­sa­to. È il trend di ven­di­ta re­gi­stra­to dal­le azien­de rus­se del set­to­re ar­ma­men­ti. Un rial­zo cla­mo­ro­so in net­to con­tra­sto con la ten­den­za glo­ba­le che, al con­tra­rio, evi­den­zia ad­di­rit­tu­ra un da­to ne­ga­ti­vo: -1,4% (ca­lo, quest’ultimo su cui in­ci­de il ral­len­ta­men­to del­le im­pre­se Usa, tut­to­ra in gra­do di co­pri­re qua­si il 56% del mer­ca­to mon­dia­le). Lo ri­fe­ri­sce la Cnn ci­tan­do i da­ti dall’International Peace Research Institute di Stoccolma. Il da­to, no­ta l’emittente Usa nel­la sua edi­zio­ne on­li­ne, evi­den­zia il pe­so dei pia­ni di espan­sio­ne del­la po­ten­za mi­li­ta­re rus­sa che, se­con­do quan­to di­chia­ra­to dal­lo stes­so pre­si­den­te Putin, pre­ve­do­no una spe­sa di ol­tre 700 mi­liar­di di dol­la­ri da qui al 2025.

Il pro­gram­ma di mo­der­niz­za­zio­ne dell’arsenale rus­so, se­gna­la an­co­ra la Cnn, pro­se­gue no­no­stan­te le mi­su­re di au­ste­ri­ty in at­to nel Paese a se­gui­to dell’aggravarsi del­la cri­si eco­no­mi­ca in­ne­sca­ta dal­le san­zio­ni in­ter­na­zio­na­li e, so­prat­tut­to, dal crol­lo del prez­zo del pe­tro­lio. Due fat­to­ri, que­sti ul­ti­mi, che han­no pro­dot­to una for­te sva­lu­ta­zio­ne del ru­blo ri­spet­to al­le mag­gio­ri va­lu­te in­ter­na­zio­na­li. Difesa e si­cu­rez­za, ri­cor­da an­co­ra la Cnn, so­no gli uni­ci due com­par­ti na­zio­na­li ad es­se­re tut­to­ra sfug­gi­ti ai ta­gli di bi­lan­cio. Nel 2017 la spe­sa mi­li­ta­re do­vreb­be re­gi­stra­re un au­men­to dell’85% su ba­se quin­quen­na­le.

Foto: do­mi­nio pub­bli­co (Wikimedia Commons)

16 Dicembre 2014

UK, quando l’inflazione è “classista”

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Via: Valori.it // UK, quando l’inflazione è “classista”

Dal 2003 ad og­gi, il 10% più ric­co del­la po­po­la­zio­ne bri­tan­ni­ca ha re­gi­stra­to un’inflazione an­nua­le me­dia del 2,3%. Per il 10% più po­ve­ro, in­ve­ce, il tas­so è sta­to pa­ri al 3,7%. Lo se­gna­la uno stu­dio dell’Office for National Statistics (ONS).
L’inflazione? Non è ugua­le per tut­ti, so­prat­tut­to nel Regno Unito. Lo se­gna­la uno stu­dio dell’Office for National Statistics (ONS) bri­tan­ni­co. Dal 2003 ad og­gi, evi­den­zia l’analisi, la Gran Bretagna ha spe­ri­men­ta­to un tas­so di in­fla­zio­ne an­nua­le me­dio del 2,6%. Ma men­tre il 10% più ric­co del Paese ha re­gi­stra­to nel pe­rio­do un tas­so me­dio del 2,3%, il 10% più po­ve­ro ha fat­to i con­ti con un au­men­to me­dio dei prez­zi su ba­se an­nua­le pa­ri al 3,7%. L’analisi de­gli al­tri sot­to­grup­pi – a par­ti­re dal con­fron­to tra il se­con­do e il no­no de­ci­le (i due estre­mi nel­la clas­si­fi­ca del­la ric­chez­za cal­co­la­ta esclu­den­do il 10% più ric­co e il 10% più po­ve­ro) – con­fer­ma il trend evi­den­zian­do in­cre­men­ti di prez­zo mag­gio­ri per le fa­sce più bas­se.

Determinante, os­ser­va l’ONS ri­pre­so dal Guardian, la com­po­si­zio­ne de­gli ac­qui­sti per i dif­fe­ren­ti grup­pi di po­po­la­zio­ne. I cit­ta­di­ni più po­ve­ri, ri­le­va in­fat­ti lo stu­dio, han­no pa­ti­to so­prat­tut­to i rial­zi spe­ri­men­ta­ti nel com­par­to ali­men­ta­re ed ener­ge­ti­co, due seg­men­ti che pe­sa­no mag­gior­men­te nel pa­nie­re di spe­sa. Il tas­so di in­fla­zio­ne, ri­cor­da co­mun­que il Guardian, è de­sti­na­to a di­mi­nui­re. La Banca d’Inghilterra sti­ma per il 2015 un tas­so in­fe­rio­re all’1% su cui pe­sa il ca­lo dei prez­zi del­le ma­te­rie pri­me e la mo­de­sta cre­sci­ta dei sa­la­ri.

Foto: Lee Kindness (Wikimedia Commons)

16 Dicembre 2014

GB, la Chiesa anglicana lancia un avvertimento a Shell e BP

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Via: Valori.it // GB, la Chiesa anglicana lancia un avvertimento a Shell e BP

Il mo­vi­men­to in­ter­na­zio­na­le per di­sin­ve­sti­re dai com­bu­sti­bi­li fos­si­li ac­qui­sta un al­tro sim­pa­tiz­zan­te ec­cel­len­te: si trat­ta del­la Chiesa an­gli­ca­na, che ha lan­cia­to un du­ro mo­ni­to a Shell e BP…
Il mo­vi­men­to in­ter­na­zio­na­le per di­sin­ve­sti­re dai com­bu­sti­bi­li fos­si­li ac­qui­sta un al­tro sim­pa­tiz­zan­te ec­cel­len­te: si trat­ta del­la Chiesa an­gli­ca­na, che ha lan­cia­to un du­ro mo­ni­to a Shell e BP. 
Come spie­ga il The Independent, in­fat­ti, all’interno del suo por­ta­fo­glio com­ples­si­vo, di cir­ca 9 mi­liar­di di ster­li­ne, gli in­ve­sti­men­ti in BP e Shell so­no nell’ordine del­le de­ci­ne di mi­lio­ni di ster­li­ne. Ma la chie­sa an­gli­ca­na ha al­za­to la vo­ce, chie­den­do al­le due so­cie­tà di in­tra­pren­de­re azio­ni con­cre­te per con­tra­sta­re il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. Anche le re­tri­bu­zio­ni dei di­ri­gen­ti – af­fer­ma­no i por­ta­vo­ce – do­vreb­be­ro es­se­re le­ga­ti a “me­tri­che so­cia­li e am­bien­ta­li”. L’ente re­li­gio­so mi­nac­cia di ri­cor­re­re a una ri­so­lu­zio­ne de­gli azio­ni­sti per co­strin­ge­re le azien­de a in­tra­pren­de­re una svol­ta più ri­spet­to­sa dell’ambiente. In ca­so non sia suf­fi­cien­te, quel­la di di­sin­ve­sti­re “re­sta sem­pre un’opzione”, ha di­chia­ra­to un por­ta­vo­ce al quo­ti­dia­no bri­tan­ni­co.
Il mo­vi­men­to per di­sin­ve­sti­re dall’industria dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li, par­ti­to ne­gli Stati Uniti cir­ca tre an­ni fa, ha già mos­so pas­si avan­ti mol­to si­gni­fi­ca­ti­vi. In tut­to il mon­do ol­tre set­te­cen­to in­ve­sti­to­ri, che con­trol­la­no as­set su­pe­rio­ri ai 38 mi­liar­di di eu­ro, han­no pro­mes­so di non in­ve­sti­re in so­cie­tà ac­cu­sa­te di ali­men­ta­re il ri­scal­da­men­to glo­ba­le.
12 Dicembre 2014

Usa, borsa: duemila giorni di bull market

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Via: Valori.it // Usa, borsa: duemila giorni di bull market

Dal 9 mar­zo 2009 ad og­gi, no­ta la Cnn, il va­lo­re di mer­ca­to del­le azio­ni quo­ta­te ne­gli Usa è sa­li­to del 200%. Dal pun­to di vi­sta di ana­li­sti e in­ve­sti­to­ri la do­man­da chia­ve ap­pa­re scon­ta­ta: quan­to po­trà du­ra­re l’attuale trend?

Nel mon­do del­la bor­sa si de­fi­ni­sce “bull mar­ket”. Consiste in un rial­zo non in­fe­rio­re al 20% do­po un pe­rio­do di ri­bas­so del­la me­de­si­ma en­ti­tà per­cen­tua­le. In pra­ti­ca un rim­bal­zo dei mer­ca­ti. Dopo il col­las­so di que­sti ul­ti­mi a se­gui­to del pa­ni­co le­ga­to al­la cri­si, le bor­se so­no an­da­te in­con­tro a una ri­pre­sa so­stan­zia­le che du­ra tut­to­ra. E che al­la fi­ne di ago­sto ha ta­glia­to l’incredibile tra­guar­do dei 2.000 gior­ni. Lo se­gna­la la Cnn nel­la sua edi­zio­ne on­li­ne.

Dal 9 mar­zo 2009 ad og­gi, no­ta la Cnn, il va­lo­re di mer­ca­to del­le azio­ni quo­ta­te ne­gli Usa è sa­li­to del 200%, un da­to im­pres­sio­nan­te. Dal pun­to di vi­sta di ana­li­sti e in­ve­sti­to­ri la do­man­da chia­ve ap­pa­re scon­ta­ta: quan­to po­trà du­ra­re l’attuale trend? Le ipo­te­si ov­via­men­te va­ria­no tra di lo­ro: qual­cu­no ipo­tiz­za una di­na­mi­ca ti­pi­ca da bol­la spe­cu­la­ti­va, al­tri ap­pa­io­no più ot­ti­mi­sti cir­ca la du­ra­ta del ci­clo rial­zi­sta.

Al mer­ca­to ser­vi­reb­be­ro an­co­ra una ven­ti­na di me­si per egua­glia­re il se­con­do più lun­go bull mar­ket di sem­pre, un trend po­si­ti­vo ma­ni­fe­sta­to­si per 2.607 gior­ni con­se­cu­ti­vi tra il 1949 e il 1956. Decisamente più ar­dua la ri­pe­ti­zio­ne dell’impresa com­piu­ta da Wall Street tra il di­cem­bre 1987 e il mar­zo del 2000: 4.494 gior­ni bul­li­sh se­gna­ti dal cla­mo­ro­so +582% re­gi­stra­to dall’indice S&P 500 e de­fi­ni­ti­va­men­te in­ter­rot­ti dal­lo scop­pio del­la bol­la DotCom.

9 Settembre 2014
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