Passione civile

Il mio sconfino si chiama Edoardo

in Riflessioni

La geografia mi è sempre piaciuta. Sin da prima delle scuole  elementari amavo memorizzare dove fossero le città, i nomi delle capitali e dei capoluoghi, i confini delle nazioni, delle regioni o delle province.

Quando, molti anni dopo, un po’ per lavoro, un po’ per diletto, cominciai a viaggiare e a macinare chilometri di strada, sapevo tutto ciò che occorreva per orientarmi e, allora, capii a cosa fosse valso quello studio, oltre che a qualche “10” e all’infantile esibizione, un po’ vanesia, della mia precoce conoscenza.

Fu lo studio della storia a farmi capire, invece, che, talvolta, tracciare le linee con cui sull’atlante si separano le nazioni, o anche le regioni, gli uni dagli altri, arrivando anche a cambiare il colore che riempie le diverse aree così delimitate, non sia solo un modo per individuare spazi  da denominare diversamente da quelli attigui, così da fornire materiale per le interrogazioni di geografia, ma è, soprattutto, un modo per delimitare i territori all’interno dei quali gli uomini costruiscono identità e interessi comuni, talvolta contesi con quelli degli abitanti di altri territori e, spesso, oggetto di liti, guerre, divisioni. Non ci misi molto a capirlo: Romolo uccise il fratello, con cui aveva condiviso perfino le mammelle di una lupa, solo perché aveva osato varcare il confine di Roma da lui appena tracciato sulla sabbia; e prima di lui tanti, nel mondo sin lì conosciuto, avevano combattuto per difendere o attaccare i confini di qualcun altro.

Il programma di storia era appena iniziato ed una cosa era chiarissima: i confini sono quasi sempre tracciati col sangue! Ancora me lo domando, perché mai, nelle cartine, non li facciano di colore rosso.

Cominciai quindi a pensare, crescendo, che i confini, oltre che per dare un senso alle indicazioni stradali, rappresentino più un limite allo sviluppo ed al benessere delle persone e delle comunità che un vantaggio. Sconfinare incominciò a piacermi e non solo per andare in vacanza all’estero. Sconfinare significava occuparmi di cose nuove, esplorare ambiti che sino a lì non mi erano appartenuti, incuriosirmi di nuova conoscenza, cercare nuovi orizzonti. Comprendere che varcare i confini non è sempre un’aggressione, ma può essere semplicemente una ricerca di progresso, civile, scientifico, sociale, morale e che, al contrario, le barriere erette a strenua difesa dei propri interessi finiscano, quasi sempre, per costruire la gabbia che impedisce la propria crescita, cominciò a diventami sempre più chiaro. E, di pari passo, aumentarono i miei dubbi sulle buone ragioni che ci portano a dividere gli stranieri tra “regolari” e “clandestini”.

Preferirei, infatti, che potessero essere divisi, come qualunque altra persona, per esempio, tra onesti e disonesti, perché il requisito della clandestinità, nel caso degli onesti, non è dovuto alla loro volontà, ma agli impedimenti che le leggi dei vari paesi pongono alla regolarizzazione degli immigrati.

Il nostro è uno strano mondo in cui, per esempio, abbiamo liberalizzato, senza alcuna limitazione,  la circolazione di titoli finanziari tossici (per i quali la clandestinità non è stata proclamata neppure dopo aver scoperto quanti danni fossero in grado di provocare) e in cui, se un cittadino svizzero delinque, nessuno dice che è un pericoloso extra-comunitario ma se un nigeriano cerca lavoro è un clandestino da espellere.

Io un clandestino l’ho conosciuto bene. Si chiama Edoardo ed è un mio amico carissimo. Oggi clandestino non lo è più perché la Romania è entrata in Europa e lui, che viene da lì, all’improvviso è diventato regolare. Ma è sempre lo stesso di prima. Venne a lavorare in casa mia, per conto di un’impresa edile a cui avevo affidato dei lavori di ristrutturazione. Lo conobbi così. Era il più bravo di tutti, quello che lavorava di più e, lo seppi poi, quello che veniva pagato meno. Molto meno. A casa in Romania aveva una moglie e un figlio da far studiare. Lavorava undici ore al giorno senza fermarsi mai e, come mi raccontò successivamente, usciva di casa solo per andare nei cantieri o, la domenica, in chiesa. Aveva paura di fare una passeggiata perché se la polizia lo avesse fermato la sua clandestinità si sarebbe scoperta.

Per lo stesso motivo si muoveva a piedi o in bicicletta, sebbene avesse la patente. Quando non lavorava si rintanava in un appartamento fatiscente, nel quale viveva con altri tre o quattro “colleghi”. L’alloggio glielo aveva fornito il caporale che gli sottraeva, per questo, circa un quarto di quanto lo pagava. Per venire in Italia e tornare qualche volta in Romania, faceva viaggi allucinanti, in autobus che giravano l’Europa per giorni, e spendeva cifre superiori a quelle che avrebbe pagato se avesse potuto prendere un aereo. Contribuiva a costruire bene le case belle dove avrebbero abitato le famiglie italiane,  compresa la mia.

Il caporale che lo reclutava era, per la nostra società, un ricco, rispettabile imprenditore.  Lui, invece, un uomo da perseguire, arrestare e respingere. Edoardo non sconfinava, come faccio io, per arricchire il proprio bagaglio di esperienze, per coltivare le proprie curiosità, per accrescere la propria conoscenza. Edoardo sconfinava per mantenere la propria famiglia, sottoponendo se stesso a fatiche e umiliazioni di cui io non sarei mai stato capace. Con lui ho conosciuto un mondo di cui sentivo parlare, ma che non comprendevo davvero e ho capito, una volta per tutte, che gli unici confini che valga la pena di difendere, per sé e per gli altri, sono quelli della dignità umana. Edoardo oggi è un cittadino europeo ma io lo ricordo ancora clandestino, discriminato, sfruttato ma onesto, volenteroso, dignitoso. I confini geografici e politici che ne determinavano la condizione formale erano solo il mezzo per il suo sfruttamento; il suo coraggio nello sconfinare, per lavorare e trovare dignità dal lavoro, dava un senso eroico alla sua clandestinità. E diede  a me una ragione forte per investire sul mestiere di rappresentante del lavoro e della dignità dei lavoratori che avevo da poco deciso di intraprendere.

Giulio Romani (Segretario Generale della First Cisl)

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