Passione civile

Dopo un’udienza

in Riflessioni

Sono appena uscito da un’udienza in cui per l’ennesima volta mi sono confrontato con l’inferno. Due giovani donne africane che mi hanno raccontato delle indescrivibili, inimmaginabili crudeltà e sevizie cui, una volta forzatamente “arruolate” come bambine soldato – già questo un crimine agghiacciante – sono state assoggettate, quotidianamente e per tutti gli anni della loro infanzia e adolescenza.

Nel sentire la loro drammatica storia mi sono – ancora una e per l‘ennesima volta da quando sono giudice della Corte Penale Internazionale e quindi da ormai sei anni e mezzo – reso conto dell’indescrivibile contraddizione, dell’insuperabile baratro, che esiste tra la mia/nostra vita comoda, protetta e privilegiata e la vita crudele, violenta e indegna, di queste due giovani donne (in rappresentanza di milioni altre ed altri). In momenti come questi mi sovviene sempre e con sempre maggiore forza la domanda del perché in questo terzo Millennio, a poche ore di volo da noi, dalle feste, dall’abbondanza, dal benessere, possono esistere ed esistono ancora situazioni di crudeltà disumane come quelle con cui io sono confrontato quotidianamente. Non mi riferisco a povertà e ricchezza, a malattia e salute, a forza e debolezza, queste esistono anche da noi; mi riferisco allo sfruttamento senza pietà, alla bestiale schiavizzazione, mi riferisco a inimmaginabili condotte criminali di profanazione del corpo e dell’anima.

E noi quì nella “civiltà” ci meravigliamo e ci indigniamo per quella che percepiamo come una molto fastidiosa invasione di profughi, di migranti che da mesi e settimane fuggono dai vari inferni per cercare rifugio, speranza, normalità: una vita degna di essere vissuta. Meraviglia e indignazione assolutamente ipocrite, ben sapendo che tutto questo dolore trova la sua origine, in tempi più remoti, nello sfruttamento e nel saccheggio da parte della società cosiddetta civile durante due secoli di colonialismo; in tempi più recenti, nella volontà da parte delle grandi potenze e dell’Ovest di imporre a tutti il proprio modello sociale e politico quale unico giusto.

Credo che nella nostra società dell’abbondanza sia utile e necessario fermarsi di tanto in tanto per riflettere e renderci conto fino in fondo, con “laica consapevolezza”, del mondo, della società in cui viviamo. Certo, non esiste una ricetta per un “mondo migliore”, almeno io non la conosco. Indubbio però è che, se solo alziamo un po’ il nostro orizzonte non possiamo non arrivare alla consapevolezza – in me ormai profondamente radicata – che per tutti noi ogni giorno, dal primo gennaio al 31 dicembre, sono giorni di ferie mentre per altri – per milioni di altri, il più delle volte incolpevolmente – gli stessi identici giorni sono giorni di inferno. Sono sicuro che già solo questa consapevolezza possa portare ognuno di noi privilegiati, sia in privato sia sul lavoro, a un cambio strutturale nel nostro modo di essere e di intendere i fatti che accadono attorno a noi e nel mondo.

Cuno Tarfusser

ultimissime da

Oltre il confine privato

Superare i confini è sicuramente una delle imprese più belle e difficili nella vita.
torna su