Il carabiniere, la seta dei Borbone e la fiducia

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Quando ero un bambino non mi vergognavo mai della mia fantasia. Da ormai “agée” molto invece, perché non bisogna mai commettere, da adulti, l’errore di far coincidere i propri desideri con la realtà. Allora mi incantavo a guardare i calendari illustrati dei Carabinieri, agganciati al chiodo, a Palermo come altrove, degli uffici della classe dirigente del nostro Paese. Supereroi inchiodati alle pareti, come fossero pupi di Cuticchio. Preziosi col cordino di seta intrecciato, in questi calendari c’erano i pennacchi, i carabinieri a cavallo, oppure in bicicletta, come De Sica Maresciallo in “Pane, amore e fantasia”. Che bellezza, che eroi. Carabinieri e ricami di seta sul colletto, intorcionamenti di foglie d’alloro e galloni, che poi invecchiando mi ero un poco scordato. Fino ad ora. Eccoli, senza pennacchi e senza cavalli, questi carabinieri incredibili, fuoriusciti dalla raccolta di luoghi comuni di cui è ricco l’immaginario pigro di provincia: uomini e donne fatti di popolo e di sfide, qui in Campania sono una tipologia specifica. Non che altrove siano meno efficaci o appuntiti, ma qui sono infiammati per la guerra contro la camorra, gli amici dei camorristi, i sodali dei camorristi; guerra che questi uomini e donne stanno vincendo alla grande. Giancarlo Scafuri, Il Colonnello, Carmine Elefante il capitano che ritrova in giro, nei caveau e nelle tasche dei criminali, le opere d’arte predate – ancora un altro al servizio, per conto dello Stato, della Patrona Bellezza – e Michele Centola, il comandante di Casal di Principe, insieme ai suoi uomini sta asfaltando un’epoca, arrestando decine e decine di camorristi. Forse servono nuove carceri, se continuano così sarà un vero affare per rilanciare la buona edilizia. A tutti loro il mio profondissimo grazie, il nostro debito morale, il nostro impegno a non mollare la palla fino al fischio finale. E poi San Leucio, che è si un posto bellissimo, ma è anche stato un modello di welfare della conoscenza ante litteram: se eri bravo a lavorare la seta, il Re Borbone ti faceva la dote per il matrimonio, così da essere libero di sposare chi amavi, ti faceva studiare, ti dava una buona abitazione. Magari non era tutta bellezza e battimani, ma in quell’epoca San Leucio era la seta gioiello e non terzista di marchi di moda famosi. Adesso, come mi racconta Gustavo Ascione, un galantuomo, San Leucio è una trincea: nemmeno duecento lavoratori in tutto, con bravi imprenditori e un disciplinare di responsabilità sociale ed etico d’avanguardia. Il sole a mezzanotte. Tra queste strade, forse dove non si è più abituati a girare e a guardare con cura, ci sono tutte le energie umane per costruire davvero il primo distretto nazionale della fiducia.
I ragazzi di Casal di Principe ne saranno il corpo diplomatico.

Alessandro de Lisi